Il 31 luglio 2019 il presidente della FIGC Gabriele Gravina, al termine del consiglio federale, affermò che chiese “di valutare l’ipotesi di modifica del format del campionato femminile di Serie A 2020/21, tenuto conto che ci sono stati interessi da parte di diversi club di Serie A maschile per portare il campionato da 12 a 14 squadre, per un maggiore coinvolgimento e un campionato ancor più in via di espansione”.

Da circa 2 anni, soprattutto in seguito al passaggio della Serie A e B femminile dall’egida della LND alla FIGC ed ai conseguenti investimenti di alcuni grandi club (Juventus, Milan, Inter, Fiorentina e Roma su tutti), il calcio femminile italiano ha visto una notevole espansione su tutti i fronti.

L’ultimo Campionato del Mondo che, disputatosi l’anno scorso in Francia, ha visto la qualificazione della rappresentativa italiana dopo 20 anni di assenza, il cui cammino si è fermato ai quarti di finale andando oltre ogni più rosea aspettativa, ha catalizzato l’attenzione di molti grazie alla notevole copertura mediatica che ha permesso di potersi avvicinare a questo ambiente come non era mai accaduto in precedenza.

La Nazionale italiana, tra le rappresentative qualificate ai quarti di finale, era l’unica composta da atlete “dilettanti”: nonostante questo importante deficit essa è riuscita ad ottenere un traguardo notevole, sfiorando persino una storica qualificazione olimpica, con alle spalle solo due anni di organizzazione ed investimenti mirati. Questo eccellente risultato ha fatto notare ancor di più quanto il potenziale a disposizione dell’Italia sia di elevata qualità e quantità e che ci siano notevoli possibilità di sviluppo con il giusto supporto da parte delle istituzioni preposte.

In quest’ottica è di cruciale importanza l’emendamento presentato dai senatori della Repubblica italiana Tommaso Nannicini e Susy Matrisciano, approvato nell’ultima legge di bilancio, che ha di fatto aperto le porte al professionismo femminile. Questo emendamento prevede l’esonero contributivo totale per i prossimi tre anni (fino a un tetto massimo di ottomila euro su base annua) per tutte le società che stipuleranno con le proprie atlete contratti di lavoro sportivo ai sensi della legge n. 91/1981 (la legge che disciplina i rapporti tra società e sportivi professionisti).

Come affermato da Nannicini, “l’emendamento non istituisce il professionismo, che è un tema che riguarda le donne ma anche molti sportivi uomini”. Infatti le uniche federazioni sportive, affiliate al CONI, che hanno deciso di riconoscere ai propri atleti il professionismo sono quelle di calcio, basket, ciclismo e golf: in tutte le altre, uomini e donne che siano, gli atleti non vengono inquadrati come professionisti.Nannicini sottolinea che “ci siamo mossi nel perimetro della legge n. 91/1981, che afferma come siano le federazioni a poter decidere se essere professionistiche o meno. Se fanno il passaggio, le squadre femminili potranno godere della contribuzione”. Per provvedere al riconoscimento delle atlete definitivamente come professioniste sarà quindi necessario attendere un successivo intervento legislativo, come il ddl delega di riforma dell’ordinamento sportivo.

Inoltre gli accordi stipulati dalla FIGC con Sky e TIM per la trasmissione in esclusiva delle partite di Serie A femminile, Coppa Italia e Supercoppa italiana sui loro canali tematici e la scelta di TIM come title sponsor di tutte le principali competizioni della divisione calcio femminile, seguendo l’esempio ormai ventennale del calcio maschile, contribuiscono a sviluppare ulteriormente il calcio femminile dal punto di vista economico e mediatico. Come afferma l’amministratore delegato di TIM Luigi Gubitosi, “il mondo del calcio femminile è pieno di storie da raccontare. Il nostro obiettivo è aggregare comunità di appassionati e questo accordo è molto importante perché segna la prima tappa del percorso che vogliamo intraprendere”.

Sicuramente queste nuove importanti partnership hanno comportato molti vantaggi all’intero movimento ma, allo stesso tempo, la scelta di seguire il cosiddetto “modello spezzatino” per soddisfare le esigenze televisive ha suscitato non poche critiche tra tifosi ed addetti ai lavori…

In ogni caso i passi in avanti per il calcio femminile italiano sono tangibili ed i tempi in cui il presidente della LND Belloli, riguardo allo sviluppo del calcio femminile, affermava “basta dare soldi a queste quattro lesbiche” ed il presidente FIGC Tavecchio asseriva che “la donna è un soggetto handicappato rispetto all’uomo per praticare calcio” e stabiliva come main sponsor della Serie A 2017/18 “I Dolci Sapori”, pasticceria sita in Busto Garolfo, paese dell’Alto Milanese, che dichiarò fallimento tre mesi dopo l’inizio del campionato tra lo sconcerto generale, sembrano lontanissimi…

In passato molti hanno affermato che il professionismo nel calcio femminile era insostenibile per i costi richiesti rispetto al giro d’affari mosso: se fino a poco tempo fa era inequivocabile oggi, alla luce dei recenti sviluppi, si può dire che non è più utopia.

La Serie A femminile è composta da 12 squadre dalla stagione 2015/16: sono previste due retrocessioni a stagione mentre le prime due classificate acquisiscono il diritto di partecipare alla UEFA Women’s Champions League. Nella stagione 2018/19, con l’annessione alla FIGC, il format non è cambiato, a differenza della Serie B che ha visto un rinnovamento radicale: passaggio da 4 gironi con squadre divise secondo distribuzione geografica ad un unico girone di 12 squadre. Le prime 2 classificate sono promosse in Serie A e le ultime 2 retrocesse in Serie C mentre la nona e decima classificata disputano un playout, in campo neutro e gara unica, contro le 2 squadre perdenti gli spareggi promozione in Serie B.

Le scelte adottate dalla FIGC hanno sicuramente permesso al calcio femminile italiano di avvicinarsi al livello dei migliori movimenti internazionali ma il lavoro da fare per colmare completamente il gap è ancora lungo…

Un modello da seguire per fare il definitivo salto di qualità potrebbe essere quello adottato in Inghilterra: un sistema di iscrizione alla WSL 1 e 2 (Serie A e B inglesi) basato sulla concessione di licenze ottenibili attraverso il soddisfacimento di determinati requisiti, come la stipula di soli contratti professionistici per le atlete di squadre militanti in WSL 1 e contratti semiprofessionistici per quelle della WSL 2, oltre ad investimenti obbligatori nei settori giovanili per le squadre di entrambe le categorie. Questo sistema ha permesso al movimento inglese di crescere esponenzialmente nel giro di pochi anni ed ottenere risultati importanti, come la semifinale all’ultimo Campionato del Mondo.

Elena Linari, difensore italiano in forza all’Atletico Madrid, riferendosi al Belpaese, è stata laconica: “Se si dovesse passare al professionismo ci sarebbe il collasso dell’intero sistema. Mi auguro che si inizi un percorso simile a quello fatto in Inghilterra, dove hanno chiuso il mercato per tre anni e lavorato sulle ragazze”.

È da precisare come i criteri richiesti dalla FA per ottenere le licenze furono talmente stringenti che molte squadre dovettero desistere e si fece fatica a trovare 12 squadre in WSL 1 ed 11 in WSL 2 che soddisfacessero tutti i requisiti. Tuttavia è evidente come questo modello, nonostante le forti barriere all’entrata, risulti vincente in prospettiva perché garantisce di contare su club con una struttura organizzativa ed economica solida ed atlete che possono dedicarsi completamente alla loro attività sportiva e godere di tutte le tutele che lo status di professioniste/semiprofessioniste garantisce.

Inoltre il modello inglese aiuterebbe anche a diminuire il notevole squilibrio di ingaggi presente tra calcio maschile e femminile in Italia. Da gennaio Samantha Kerr si è trasferita al Chelsea con cui ha siglato un contratto per due stagioni e mezzo: percepirà 545 mila euro netti a stagione più bonus ed è al momento la calciatrice più pagata al Mondo.

In Italia, nel calcio femminile, vi è invece un tetto salariale di 30 mila euro lordi a stagione più bonus mentre in ambito maschile non esiste un tetto salariale ed il calciatore più pagato è Cristiano Ronaldo con 31 milioni di euro netti a stagione più bonus: una differenza abissale a cui sarebbe opportuno porre rimedio…

Negli ultimi anni diverse squadre italiane hanno riscontrato difficoltà finanziarie e progettuali dovute al fatto che non riescono a sostenere i costi di un’attività sempre più altamente professionale che richiede di competere con parecchie realtà che hanno alle spalle società maschili ben più strutturate per questo compito.

In questo senso due vittime illustri sono state la Torres, società più titolata d’Italia con sede a Sassari, che chiuse i battenti nel settembre 2015 per inadempienze finanziarie, rifondata nel 2016 ed ora militante in Serie C, ed il Mozzanica, piccola realtà della bassa bergamasca che ottenne risultati eccellenti, apparentatasi con l’Atalanta nel 2017, che non si è iscritta all’ultima stagione di Serie A a causa del disimpegno dell’Atalanta per divergenze di vedute riguardo alle strategie future da adottare per il club.

A causa di queste defezioni è stato necessario ricorrere diverse volte nel passato, più o meno recente, ai ripescaggi, sia in Serie A che B. Il rischio concreto, se non si troveranno delle giuste contromisure, è che il calcio femminile italiano diventi sempre più esclusivo, a vantaggio delle compagini che hanno alle spalle importanti società maschili, e che realtà storiche dell’ambiente femminile scompaiano inesorabilmente, società che hanno spesso contribuito a formare professionalmente ed umanamente le migliori calciatrici italiane: soffermandosi solo a Torres e Mozzanica si possono citare Patrizia Panico, Carolina Morace, Elisabetta Bavagnoli, Sandy Iannella, Aurora Galli, Manuela Giugliano, Elisa Bartoli e Valentina Giacinti.

In Germania la massima serie presenta 12 squadre come in Francia mentre la Spagna ne vanta 16, perciò la Serie A, a livello numerico, è sostanzialmente in linea con le più importanti leghe europee.

In conclusione l’obiettivo della FIGC, più che aumentare da 12 a 14 squadre le compagini della Serie A, dovrebbe essere quello di creare un progetto serio, cercando di mettere assieme un gruppo di società che siano in grado di garantire tutti gli standard che un’attività professionale richiede, e solo in seguito pensare all’eventualità di modificare il format del campionato.

Oggi è quanto mai di fondamentale importanza non avere la fretta di cavalcare l’onda dell’entusiasmo post Campionato del Mondo, accelerando processi che invece dovrebbero essere graduali e ben ragionati, altrimenti i danni saranno purtroppo inevitabili…

Di Davide Torretta

Redattore presso Cartellino Rosa

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