“La vita è fatta di piccole solitudini, quella del portiere di più.”: Fabien Barthez, quando pronunciò questa frase, forse stava ripensando alla notte del 9 luglio 2006, quando Fabio Grosso realizzò, spiazzandolo, il rigore che permise all’Italia di vincere il Campionato del Mondo, e non potè che constatare, suo malgrado, la sconfitta della nazionale francese.
È celeberrima ancora oggi l’immagine di Barthez, piegato sulle ginocchia con lo sguardo perso nel vuoto, mentre Grosso e compagnia festeggiavano lo storico successo appena ottenuto, completamente immerso nel suo dolore composto ma terribilmente solo: nonostante lui avesse già vinto un Campionato del Mondo nel 1998 ed un Campionato europeo nel 2000, battendo in finale proprio l’Italia, quella sconfitta fu bruciante.
In certe situazioni per un portiere non esiste tutto quello che c’è stato ma solo ciò che è appena accaduto, sente incombere il peso della propria responsabilità e ripensa a quello che avrebbe potuto e dovuto fare per evitare la sconfitta: in questi momenti è davvero più solo che mai…
Come afferma Laura Giuliani “il portiere è un ruolo particolare perché sei lì da solo, magari ti arriva un tiro a partita e in quel momento devi farti trovare pronto. È un ruolo che assomiglia alla vita di tutti i giorni fuori dal campo, un errore può servirti per analizzarti e cercare di migliorarti.”
Il portiere, nella maggioranza dei casi, non ha un approccio spontaneo al ruolo, principalmente lo si diventa per scelta dell’allenatore o necessità.
Di solito i bambini vogliono svolgere un ruolo di movimento, soprattutto l’attaccante che nell’immaginario collettivo è il giocatore più osannato, ma presto si rendono conto che, nella logica di una squadra, in pochi sono destinati a certi ruoli e che bisogna imparare a dare il proprio contributo anche in mansioni differenti.
Il portiere, in questo senso, svolge un compito unico nel suo genere: il suo obiettivo non è realizzare gol, come qualsiasi altro giocatore, ma evitarli in qualunque modo.
Deve difendere la propria porta strenuamente, farsi trovare perfettamente pronto quando chiamato in causa e dirigere con giudizio i propri compagni di squadra, diventando una sorta di allenatore-giocatore, rimanendo per la maggior parte del tempo lontano dal vivo dell’azione.
Chi pensa che il portiere sia un ruolo di secondaria importanza, una sorta di ripiego, si sbaglia clamorosamente.
Il portiere deve possedere particolari caratteristiche psicologiche come una notevole sicurezza, che si acquisisce col tempo e l’esperienza e deve essere infusa ai propri compagni di squadra specialmente nei momenti difficili, una naturale predisposizione a sopportare la solitudine ed infine solidità mentale.
Inoltre deve essere un buon osservatore, capace di carpire sensazioni e segreti ed elaborarli in modo corretto ed efficiente, perciò molti portieri svolgono un fondamentale ruolo aggregante all’interno dello spogliatoio e spesso diventano ottimi allenatori una volta appesi i guantoni al chiodo.
Il portiere si allena per la maggior parte del tempo assieme ai suoi colleghi di ruolo, di solito due, agli ordini del preparatore, con cui sovente si instaura un forte legame di stima ed affetto.
Tra portieri della stessa squadra è raro che vi siano frizioni, si è quasi sempre uniti da una sorta di cameratismo per cui ognuno, conscio delle gerarchie prestabilite, dà il massimo del proprio contributo nella rispettiva posizione.
Le sessioni di allenamento sono improntate al continuo perfezionamento dei gesti tecnici da replicare in partita, con il resto dei giocatori ci si allena solo in fasi di riscaldamento in comune e soprattutto nelle partitelle, momento di massimo apprendimento per il portiere assieme alle sessioni di tiri con gli attaccanti.
Può sembrare strano ma tra attaccante e portiere si crea spesso una forte alchimia che può tramutare in amicizia, una sorta di atavico odio ed amore, poiché entrambi i ruoli sono caratterizzati da una continua ricerca della perfezione nel concretizzare i rispettivi obiettivi, ovvero il gol e la parata: questo dualismo è fondamentale e, se ben orchestrato, permette ad ambedue, con costanza ed impegno, di migliorarsi notevolmente.
Effettivamente corrisponde a verità affermare che essere un portiere equivale a praticare uno sport a parte, perciò l’estremo difensore, una volta acquisita una buona tecnica di base e forma mentis, può adattarsi, con i dovuti accorgimenti, a praticare il medesimo ruolo negli sport che lo prevedono perché è un ruolo trasversale.
Essere portiere inoltre significa sottoporsi ad una dura ed esigente palestra di vita poiché deve sfruttare l’errore, la sconfitta, il gol preso per migliorare; deve saper sopportare il compagno che lo manda a quel paese quando prende un gol, l’altro che allarga le braccia o quello che si mette le mani nei capelli oltre ai mugugni dei tifosi amici e gli immancabili insulti di quelli nemici perché il portiere si sa che in campo nel ricevere critiche, spesso inopportune, è secondo solo all’arbitro: solo chi è davvero forte mentalmente va avanti in questo ruolo di gioco, non ci sono alternative.
Per fare bene il portiere, indubbiamente, sono necessarie anche una sana follia ed una buona intelligenza combinate all’istinto in quanto l’estremo difensore deve possedere una straordinaria capacità di problem solving perché in pochissimi secondi deve saper prendere la decisione migliore sulla base della situazione che si trova a fronteggiare.
L’impostazione del ruolo è cambiata parecchio negli ultimi anni e, con l’avvento del Tiki-Taka e del Gegenpressing, è diventato sempre più importante che il portiere abbia una discreta confidenza con l’uso dei piedi, divenendo una sorta di ulteriore regista arretrato.
Il portiere, maschio o femmina che sia, presenta di fatto la stessa impostazione, tenuto conto delle differenze fisiologiche di cui la più importante è sicuramente l’altezza: se si considerano i migliori dieci portieri del Mondo nel 2019 secondo l’IFFHS (Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio), l’altezza media per le donne è 176 cm mentre per gli uomini 190 cm.
Per permettere alle ragazze di avere maggiore efficacia negli interventi alti quindi si lavora molto sull’elasticità muscolare, in particolare sull’esplosività: questo permette di migliorare anche la qualità degli interventi d’istinto e quelli bassi, che sono il loro punto di forza.
L’avvento di ottimi preparatori di portieri provenienti dal calcio maschile ha sicuramente contribuito negli ultimi anni a migliorare notevolmente il livello dei portieri femminili, soprattutto nelle categorie più importanti: in Italia questo percorso si è avviato da poco ma i risultati incominciano già a vedersi.
Un aspetto su cui invece è necessario insistere parecchio è l’uso corretto dei piedi per far ripartire l’azione nel miglior modo possibile nel minor tempo possibile ed uscire da situazioni di pressing, fondamentale in cui molti portieri femminili, e non solo, sono carenti.
In questo senso è fondamentale un lavoro di concerto tra preparatore dei portieri ed allenatore per abituare il portiere a giocare bene il pallone anche sotto stress ed i giocatori a smarcarsi nel modo corretto per facilitare il portiere nello scarico palla: questo è un lavoro troppo spesso sottovalutato e che, se svolto bene e con perseveranza, dà vantaggi incommensurabili alla qualità ed efficacia di gioco della squadra.
Alla fine ha ragione sia Pepe Reina quando disse che “il portiere è un ruolo ingrato. Basta esserne consapevoli, saper reagire alle difficoltà, stare sempre lucidi” ma anche Federica Russo quando affermò che il portiere “è il ruolo più bello che esista nel calcio, sarò di parte ma è un qualcosa che ti regala un’emozione diversa, che non ti danno gli altri ruoli.”

di Davide Torretta

Di Cartellino Rosa

Cartellino Rosa è un blog sportivo amatoriale, sostenuto dalla passione per il calcio femminile di alcuni ragazzi, con l'obiettivo di darà visibilità a questo mondo.

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