Verso la fine di luglio, concedendomi uno strappo veloce alla stesura della mia tesi di laurea, m’incontrai una sera con un mio caro amico appassionato di calcio femminile, che mi espresse la sua chiara volontà d’andare ad assistere alla Amos Women’s French Cup, un torneo amichevole che si sarebbe svolto ad inizio agosto a Tolosa in cui avrebbero partecipato Bayern Monaco, Lione, Paris Saint Germain e Roma. Munito di Green Pass, decise quindi di recarsi in Francia con la promessa di raccontarmi poi quanto avrebbe visto in quelle partite che si sarebbero svolte. 

Al di là dell’aspetto prettamente sportivo ciò che lui mi fece poi notare al suo ritorno in Patria fu la scarsa affluenza agli stadi. Infatti, nonostante le compagini impegnate fossero di alto livello e l’organizzazione desse la possibilità di poter assistere a tutte e quattro le sfide previste (due semifinali e finali per il primo e terzo posto) pagando €14, la gente non rispose in massa come ci si sarebbe aspettato. 

La semifinale PSG-Roma, disputatasi allo Stadio Ernest Wallon con capienza di 19.500 spettatori, vide solo 1000 spettatori paganti, mentre le due finali, giocate invece allo Stadium de Toulouse che può contenere fino a 33.150 persone, ne ebbero 2000. 

Questi dati solo in parte possono essere giustificati con il fatto che ci si trovasse in piena estate, e soprattutto lanciano un segnale inequivocabile circa una tendenza che ormai sta prendendo largamente piede nel mondo del calcio femminile: aprire grandi stadi in presenza però di un pubblico davvero esiguo. 

In Italia non si è assolutamente esenti da certe mode, neppure dai loro riscontri negativi. Due esempi lampanti e recenti sono l’ultima finale di Coppa Italia tra Roma e Milan ed Empoli‐Roma, la partita inaugurale della stagione corrente della massima serie calcistica nazionale. 

Nel primo caso, a fronte di 4300 posti disponibili al MAPEI Stadium di Reggio Emilia a causa delle restrizioni dovute al COVID-19, gli spettatori, tutti non paganti in quanto l’ingresso era gratuito, furono solo circa 1000, mentre nel secondo caso la sfida si è disputata allo stadio Carlo Castellani, impianto da 16.000 posti, e, nonostante i prezzi dei biglietti fossero decisamente abbordabili (massimo €10), si è registrata un’affluenza di sole circa 500 persone. 

Ritornando velocemente all’estero vale la pena ricordare invece che Arsenal‐Chelsea, il big match della prima giornata della FAWSL e disputatosi eccezionalmente all’Emirates Stadium, ha visto circa 8000 spettatori paganti a fronte di 60.000 posti disponibili. 

Insomma, risulta evidente quanto certi impianti siano notevolmente sovrastimati rispetto a quello che è l’attuale bacino d’utenza del calcio femminile. 

La stessa presidente della FIGC Femminile Ludovica Mantovani ne è ben conscia, tanto che in un’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore ha asserito che “se volessimo essere perfetti, dovremmo utilizzare o costruire mini stadi con tribune per una capienza tra i 2000 e i 4000 spettatori, con la possibilità di utilizzare i grandi stadi in alcune occasioni programmate e promosse in anticipo”

Tuttavia, spesso e volentieri, si giocano partite in impianti decisamente sottodimensionati per il pubblico, vedi il caso della Juventus con il Campo Ale&Ricky di Vinovo che può ospitare soltanto 500 persone, e si dà il contentino ai tifosi ed alle stesse calciatrici ospitando sporadicamente partite in grandi stadi che, come visto poc’anzi, raggiungono nella stragrande maggioranza dei casi bassi indici di riempimento. 

Un errore che è stato commesso su larga scala è aver pensato che si potesse riprodurre nel breve periodo quanto è accaduto negli stadi francesi agli ultimi Mondiali nel 2019, non tenendo debitamente conto invece che degli eventi eccezionali richiamano di per sé grandi folle, ma poi la vera sfida è fare in modo che molti tifosi da occasionali diventino assidui, e purtroppo i numeri dicono chiaramente che si è ancora ben lontani da quanto ci si aspettava di poter raggiungere velocemente: forse ci vorrà un decennio per poterci arrivare… 

Causa principale di questo sottosviluppo è il fatto che non si è pensato a far crescere in primis il movimento dal basso, ma imponendo di contro decisioni dall’alto che hanno lasciato disorientati i pochi tifosi assidui già in essere al movimento e cercato invece d’attaccare aggressivamente attraverso i mass media il più ampio spettro di persone possibili. 

In questo senso sono stati decisivi gli inserimenti prepotenti delle grandi emittenti televisive, soprattutto a pagamento, che hanno incominciato a trasmettere con costanza le partite di calcio femminile, ma per rendere più appetibile il prodotto al pubblico esse hanno iniziato a richiedere con crescente insistenza che le partite di cartello venissero giocate nei grandi stadi. 

In Italia l’apripista è stata di fatto la Juventus, che il 24 marzo 2019 decise di aprire alla sua sezione femminile le porte dell’Allianz Stadium per ospitare la sfida Scudetto con la Fiorentina. 

Si registrò uno straordinario tutto esaurito grazie alla massiccia campagna mediatica messa in atto da Sky, Juventus e FIGC Femminile: tutti gli stakeholders volevano che si raggiungesse questo obiettivo affinché facesse da traino per tutto il movimento, e poco importa che questo fu raggiunto attraverso l’ingresso gratuito (ebbene sì, 39.000 spettatori non paganti) ma soprattutto l’invito anche di molteplici bambini e bambine delle scuole calcio affiliate alla Juventus con i propri genitori annessi, che non si fecero sfuggire l’occasione di poter vedere una partita all’Allianz Stadium in quanto i prezzi per vederne una della controparte maschile sono ormai proibitivi anche per chi appartiene alla classe media.

Il presidente della Juventus Andrea Agnelli, da buon laureato in Economia qual è, sa però che degli eventi così congegnati prevedono solo alti costi e scarsi ritorni economici quindi non possono essere replicati costantemente nel lungo periodo, ed infatti le bianconere da quella volta hanno giocato solo un’altra partita ufficiale all’Allianz Stadium, ovvero la sfida di andata della scorsa UWCL col Lione, rigorosamente a porte chiuse per le normative governative vigenti. 

All’infuori di questo episodio eccezionale le partite nei grandi stadi si disputano quasi sempre in cornici di pubblico alquanto desolanti dal punto di vista numerico, tanto è vero che non di rado le emittenti televisive consigliano espressamente alle società di vendere i biglietti solo in determinati settori in modo tale che poi dalle riprese non possa emergere l’effetto del vuoto circostante. 

Altro problema serio che affligge il calcio femminile italiano sono le programmazioni delle partite: infatti sovente gli orari in cui si disputeranno vengono comunicati ufficialmente giusto con qualche giorno d’anticipo, impedendo così ai tifosi che magari vorrebbero seguire la propria squadra in trasferta di organizzarsi per tempo. 

Risulta lapalissiano che trovare un equilibrio tra le esigenze economiche ed una corretta crescita del movimento del calcio femminile sia difficile, tuttavia non mancano gli esempi virtuosi.

I grandi club italiani dovrebbero seguire chiaramente la strada tracciata da Barcellona, Manchester City ed Atlético Madrid, che hanno costruito impianti, con una capienza che si aggira tra i 3500 ed i 5000 spettatori, dedicati esclusivamente alla loro prima squadra femminile e le selezioni giovanili maschili: in Italia solo la Juventus ha al momento in cantiere un progetto simile.

I club medio‐piccoli militanti tra Serie A e B invece dovrebbero attivarsi affinché possano disputare le partite in impianti, con capienza attorno almeno ai 1500 spettatori, di proprietà di altre società importanti nelle vicinanze con cui poter poi instaurare anche delle preziose sinergie.

Il calcio femminile è indubbiamente in crescita, ma ormai si trova ad un bivio: non si può infatti continuare a sospingere il movimento artificialmente ed è perciò necessario un rapido ritorno alla realtà. 

Le stesse calciatrici non dovrebbero più accontentarsi delle briciole che la federazione le elargisce una tantum, come se il professionismo ormai sempre più imminente dovesse eliminare magicamente tutti i problemi esistenti nel calcio femminile italiano… 

Al contempo la FIGC Femminile dovrebbe farsi sentire maggiormente con le istituzioni affinché il calcio femminile riceva più sostegno e fondi in quanto il ritardo infrastrutturale che l’Italia sta accumulando dal punto di vista sportivo rispetto ai più importanti Paesi, specialmente a causa di una burocrazia davvero esagerata, è una delle maggiori cause delle difficoltà generali che vive quotidianamente lo sport italiano. 

Nei prossimi anni il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) permetterà indubbiamente all’Italia di poter colmare molte delle lacune oggi esistenti, ed è necessario che una parte di queste ingenti risorse economiche possa essere stanziata anche per poter costruire le infrastrutture necessarie alla crescita del movimento calcistico femminile. 

Il calcio femminile italiano deve assolutamente cambiare passo prendendo decisioni che lo portino verso uno sviluppo corretto e sostenibile nel lungo periodo. 

Juventus‐Fiorentina all’Allianz Stadium è stata una bella parentesi, ma è giunto il momento di dare un taglio alla narrazione ormai alquanto stucchevole di quel pomeriggio memorabile: infatti le giornate che si sono vissute nel 2019 in occasione di Inter‐Milan, giocatasi in uno Stadio Breda di Sesto San Giovanni tutto esaurito (4500 spettatori paganti), e Milan‐Juventus allo Stadio Brianteo di Monza, davanti a 3500 spettatori paganti tra cui c’ero anch’io, non hanno davvero nulla da invidiargli sotto ogni punto di vista!

Il calcio femminile, se vuole davvero emanciparsi da quello maschile, deve incominciare a vivere di luce propria e non riflessa, ed il primo passo non può che essere quello d’utilizzare solo stadi della giusta capienza: chi segue, e seguirà in futuro, il calcio femminile deve farlo soprattutto per il contenuto che propone, non per il contesto patinato creato ad hoc per certe occasioni speciali…

Foto in evidenza: @Juventus

Di Davide Torretta

Redattore presso Cartellino Rosa

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